Approfondimento – Pannello di Sala
“Qui ci sono selve estese e antiche “dove “il villico e il viandante trovano ombre ristoratrici”; “grandissime querce vi stendono i loro rami ostacolando il passaggio ed oscurando i raggi del sole, tanto che l’incauto cacciatore nell’inseguire la preda nella parte più fitta della foresta vi si può facilmente perdere”.
Così Bernardo Sacco, un letterato pavese, descrive la Lomellina a metà del Cinquecento. E in quelle selve vastissime, ai suoi tempi, sia Francesco I, re di Francia, sia Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, pur impegnati in una guerra senza fine, non si erano negati il piacere di andare a caccia di lupi e cinghiali, cervi, daini e caprioli, lepri e conigli. La selvaggina era difatti tanto ricca che anche i contadini potevano praticarla liberamente.
E così in Lomellina, terra di dossi e acquitrini, era sempre stato. Vi avevano cacciato Visconti e Sforza, e prima di loro i re d’Italia e perfino Lotario, figlio di Carlo Magno, quando era stato inviato nella penisola. E da sempre vi si nascondevano briganti e ladroni di strada.
